Erano le “notti magiche”, quelle che si passavano “inseguendo un goal”. Era l’estate del Campionato del Mondo di Calcio di Italia 90, e al liceo, ero stato rimandato in tre materie, non proprio un bel periodo per me. E in quei momenti, in cui tutto, per merito o demerito mio, sembrava darmi contro, poche cose, mi tennero a galla in quel periodo. Una fu il mio amico Raffaele – ovunque tu sia, sei sempre con me – e l’altra, furono gli appuntamenti notturni con la nostra nazionale di calcio. Il mio primo mondiale, e forse l’ultimo, giocato in casa, in Italia, che ho potuto, e che potrò mai vedere. Era la nazionale del capitano Franco Baresi, dello zio Giuseppe Bergomi, dell’uomo ragno Walter Zenga, dell’inossidabile Paolo Maldini, del principe Giuseppe Giannini, del campione Gianluca Vialli, del futuro Pallone d’Oro Roberto Baggio e di Salvatore Totò Schillaci, con i suoi sguardi allucinati e increduli. Ma era anche la squadra di un allenatore gentiluomo, d’altri tempi forse, che in questo calcio frenetico, maleducato e miliardario si sarebbe trovato più, che come un pesce fuor d’acqua. Era la nazionale del commissario tecnico Azeglio Vicini. Uomo mite, per bene, educato e cavalleresco. L’unico rimprovero, detto comunque a bassa voce, tra le righe, mai urlato, mai rinfacciato, fu forse quello di aver sbagliato i cambi, in quella maledetta semifinale con l’Argentina del Pide de Oro,  non facendo entrare prima Baggio, e inserendo Serena in una partita in cui forse, si sarebbe fatto preferire qualcun altro. Ma adesso è facile parlare, ora è semplice commentare, a ventotto anni di distanza, discorso ben diverso era in quella calda sera del 3 luglio 1990, quando Vicini sentiva su di sé, la pressione di tutta l’Italia, e quando forse già, aveva intuito, da grande uomo ed esperto di calcio qual era, come sarebbe andata a finire. Ora, il nostro Vicini, è insieme ai più grandi, e lì, vincerà, come sempre, qualunque partita si troverà a giocare.

Ciao Azeglio.

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