L’abito non fa il monaco

L’abito non fa il monaco

L’altro giorno, ho voluto compiere un piccolo esperimento sociale, facendo qualcosa che non faccio mai. Sono andato a fare colazione in un bar, in cui non ero mai stato. Mi sono presentato al bancone, in canadese, con delle scarpe da ginnastica non proprio di prima mano, un giaccone che ha visto qualche primavera di troppo, e, ben calcata in testa, una cuffietta dei tempi dell’università, un tempo nera, ora più grigia. Sebbene non ci fossero molte persone in attesa, ho dovuto attendere qualche minuto prima che mi chiedessero, dandomi del tu, che cosa volessi. Dopo che ho espresso il desiderio di avere una pasta alla marmellata e un succo di frutta all’ananas, ho atteso diversi minuti, nonostante altri clienti arrivati dopo di me fossero stati serviti prima, di poter fare colazione. Quando sono andato via, ho salutato come faccio sempre, ma nessun messaggio di saluto, mi è arrivato in risposta. I due solerti baristi hanno continuato a svolgere le loro mansioni.

Il giorno dopo, sono tornato sempre nello stesso bar, alla stessa ora, e ho ordinato la stessa consumazione, pasta alla marmellata e succo di frutta all’ananas. Solo che questa volta non ero in tuta, ma in soprabito, gessato, maglione con collo a V e cravatta, sciarpa, e cappello stile Borsalino. Non solo mi si son rivolti dandomi del lei, non solo mi hanno servito a tempo di primato, facendo attendere dei ragazzi e delle ragazze arrivati dopo di me, ma quando sono andato via, mi han salutato in maniera calorosa, augurandomi oltre che un buon lavoro, anche una bella giornata.

Come commentare una situazione del genere? In prima analisi potrei essere tentato di non tornare più in quel locale, e di farne pessima pubblicità con tutte le persone che conosco, ma preferisco far terminare questa spiacevole tipica italiana scenetta, lasciando la parola ad Alessandro Manzoni, che, nel diciannovesimo capitolo dei Promessi sposi, quando il Conte zio, si rivolge al Padre provinciale che aveva difeso Fra Cristoforo e “la gloria dell’abito”, poiché “che un uomo, il quale al secolo ha potuto far dir di sé, con questo indosso diventi un altro”, risponde: “Vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio… l’abito non fa il monaco”.

Odissea burocratica

Odissea burocratica

“La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali”, diceva Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, la grande anima. E poiché anche l’essere umano è un animale, per quanto il peggiore di tutti, viene da riflettere, o da incazzarsi, a sentire storie come quella che Vi sto per raccontare. Una storia di italiana cronica inefficienza, di mesto pressapochismo e incivile ignoranza. Avevo pensato a un epilogo, dopo l’intervista, ma la frustrazione e l’umiliazione, me lo hanno fatto tralasciare. Perché non potremo mai considerarci un paese evoluto, fino a quando anche un solo caso come quello che Vi sto per raccontare, da vero e proprio crimine contro l’umano intelletto, si realizzerà.

Giovanni, puoi raccontarci, che inutile, ignorante e fastidiosa odissea burocratica, devi affrontare ogni mese?

Semplice. Mia madre si sottopone a trattamenti emodialitici tre volte alla settimana. Lo stato garantisce un sostegno economico, che viene erogato una tantum. Ma per avere diritto a questa cifra, bisogna presentare ogni mese, una documentazione relativa ai trattamenti svolti, presso gli uffici del comune di residenza. Tale documentazione, deve essere presentata in maniera improrogabile entro il dieci di ogni mese.

Questa documentazione, è facile da reperire e/o snella nelle operazioni di presentazione, o ci sono tempi di attesa indegni di un paese civile?

Il primo ritardo deriva dalla clinica in cui mia madre effettua la dialisi, che dovrebbe consegnare questo documento i primi giorni del mese, ma regolarmente lo fa intorno al sesto/settimo giorno. Questo ritardo, di per sé, non è grave, ma unito all’inefficienza degli uffici comunali, diventa problematico. Prima, esisteva un ufficio in una sede staccata del comune, che si occupava solo di queste pratiche. Apriva tre ore, due volte la settimana. Sembra poco, ma essendo dedicato solo a quello, consegnare la documentazione era semplice e veloce, anche se era sempre pieno di gente.

C’è la possibilità di una presentazione del modulo per via telematica, tramite internet, o tutto deve avvenire in forma cartacea, da bravi amanuensi medioevali?

Non esiste il fax. C’è la possibilità dell’invio telematico, ma poiché quella stessa documentazione deve essere presentata anche di persona, in forma cartacea, quella stessa possibilità viene a morire. Da bravi amanuensi. Non essendoci più l’ufficio preposto, devo portare la documentazione all’ufficio protocollo, che, come si può intuire, si occupa anche di altro. Sorvolando sul fatto che su tre postazioni di lavoro, due sono sempre vuote. Non badando al fatto che hanno una stampante per quattro uffici diversi. Tralasciando il fatto della fila interminabile che un disgraziato deve fare, per consegnare la documentazione, per poi vedere i soldi, per curare la propria madre, quando pare a loro.

Mi viene da domandarti, una persona come tua madre, può sempre contare su di te; come pensi potrebbe sbrigare tutte queste pratiche una donna, sola, anziana, senza nessuno?

Semplice! Non potrebbe. Sarebbe costretta a chiedere la cortesia a qualcuno, o pagare perché sia svolta la pratica. Adesso, anche se non ne ho esperienza diretta, so che in altri comuni la documentazione viene trasmessa dall’ambulatorio in cui viene effettuata la dialisi. Viene stampato il documento, fatto firmare al paziente, e poi trasmesso al competente ufficio comunale via telematica, ma noi viviamo nel medioevo.

Sull’opera lirica – intervista a Fabio Marcello

Sull’opera lirica – intervista a Fabio Marcello

Un recente accadimento, avvenuto in quel di Firenze, mi ha spinto a pormi delle domande sull’opera lirica, argomento, come tanti altri, nei quali la mia profonda ignoranza impera indisturbata e quindi, per poter meglio capire ciò che stava succedendo, mi sono avvalso della più che preziosa collaborazione e consulenza del dottor Fabio Marcello, già critico musicale de L’Unione Sarda e attuale corrispondente per la Sardegna della rivista internazionale L’Opera.

Nella commedia romantica Pretty Woman, uno dei protagonisti, Richard Tiffany Gere, afferma che “l’opera si ama o si odia, non c’è via di mezzo”, sei d’accordo con quest’affermazione?

Non del tutto. È vero che, di norma, chi ama l’opera lo fa in maniera viscerale, i cosiddetti melomani, e sono tantissimi in tutto il mondo, da sempre, espertissimi della materia in ogni minimo dettaglio, conoscono a menadito cantanti e direttori d’orchestra, frequentano i teatri, addirittura si dividono tra chi è il miglior tenore – Pavarotti o Corelli? Domingo o Kraus? – che nemmeno ai tempi del dualismo Coppi-Bartali. Se questo è vero, è altrettanto vero che c’è chi proprio non riesce a digerire i tempi lunghi o il linguaggio complesso dell’opera lirica, e non è bestemmia dirlo. Nel mezzo, c’è quell’ampia fascia di fruitori che, magari, hanno subito il trauma di una presenza in teatro troppo anticipata, classico il caso del ragazzino che viene trascinato a forza a sorbirsi Wagner o Puccini e si annoia a morte, oppure risultano prevenuti perché considerano il teatro d’opera un luogo d’élite, una “roba per ricchi” e così via. Ecco, capita che molti di costoro, accompagnati dalla persona giusta, nell’occasione giusta – proprio come fa Richard Gere con Julia Roberts nel film – finiscano per ricredersi perché conquistati dalla malìa della lirica, e piano piano, anche se non con la costanza dei melomani di cui sopra, inizino a frequentare le recite con crescente piacere.

Puoi raccontarci qual è stata la prima opera che hai visto, e che sentimenti ti ha suscitato?

Ernani, di Giuseppe Verdi. Cast stellare con Pavarotti, Milnes, Raimondi. Correva l’anno 1983. Una folgorazione, una rivelazione. Difficile spiegare a parole l’effetto di un incantesimo, ma tale è stato e dura tuttora.

All’Opera di Firenze, il regista Leo Muscato si inchina al politically correct, e cambia il finale dell’Opéra-comique di Georges Bizet. La protagonista si salva perché la pistola che l’avrebbe dovuta uccidere, si inceppa. Ma il pubblico non gradisce la svolta, e fischia in maniera sonora. Cosa ne pensi?

Che il pubblico ha ragione. I melomani, quelli di cui ho parlato sopra, sono persone serie e competenti, non tollerano le prese in giro, ancor meno queste trovate di chiaro carattere pubblicitario. Mi auguro che si tratti di uno svarione isolato destinato a restare tale. Non è così che si avvicina la gente al teatro d’opera, e anzi si innervosisce chi di norma lo frequenta con passione pagando fior di quattrini per il biglietto o l’abbonamento.

Il direttore d’orchestra, violinista e compositore olandese, André Léon Marie Nicolas Rieu, sostiene che un nuovo Johann Baptist Strauss, non sia ancora nato. Ritieni anche tu che l’epoca d’oro della lirica si possa trovare solo guardando al passato o vedi qualcosa anche nel presente e nel futuro?

Premesso che non è nato ancora nemmeno un nuovo Mozart o un nuovo Verdi, né capiterà, la forza della Lirica è di attingere alla tradizione per rinnovarsi ogni volta. Non c’è recita uguale a un’altra, l’universo di valori, di messaggi, di bellezza che la Lirica porta con sé, sfida il tempo e lo spazio, non si tratta di roba d’antiquariato. Detto ciò, al teatro Lirico di Cagliari abbiamo avuto da poco un esempio di opera di un compositore contemporaneo, accolta con lo stesso entusiasmo di solito riservato ai lavori di un Bellini o di un Donizetti, e parlo della Ciociara di Marco Tutino. Idea musicale chiarissima, orchestrazione di gusto pucciniano, libretto limpido, cantanti appropriati, regia efficace, un trionfo autentico.

Per un giovane che volesse accostarsi all’opera, quale gli consiglieresti, e perché, come prima?

Direi La Traviata di Verdi, avvincente nella trama – le cui tinte passano dal lirico al tragico al drammatico in un crescendo coinvolgente – e celeberrima per le arie, duetti e concertati. O Il Barbiere di Siviglia di Rossini, genialità e divertimento allo stato puro, a ritmi vorticosi. Per chi vuole vivere all’esordio una esperienza quasi magica, c’è anche il Don Giovanni di Mozart. O, perché no, l’Ernani di Verdi… proprio come capitò a me tanti anni fa.

Inutile dirVi che, chi Vi scrive, è stato uno di quei ragazzi, raccontato alla perfezione dal dottor Marcello, “classico il caso del ragazzino che viene trascinato a forza a sorbirsi Wagner o Puccini e si annoia a morte”…

Fonte immagine di copertina: Google Immagini, www.pieralli.it

Cibo, vegetarianesimo e veganesimo – intervista al Prof. Alberto Floris

Cibo, vegetarianesimo e veganesimo – intervista al Prof. Alberto Floris

In un momento storico sociale, come quello in cui siamo chiamati a vivere, dove ognuno si sente chiamato in diritto, di poter esprimere la propria opinione, senza considerazione o meno del proprio ruolo, delle proprie conoscenze, e della propria istruzione, ho voluto tentare di far luce su un tema, più che di stretta attualità, come quello dell’alimentazione. Ho quindi esposto i miei dubbi al Professor Alberto Floris, mentore e  guida, per chiunque abbia a cuore, il proprio organismo.

Corrisponde a verità, il fatto che certi alimenti che troviamo in bella mostra nei nostri supermercati, siano colorati e/o alterati in maniera artificiale, per renderli più gradevoli alla vista e per stimolarne quindi, l’acquisto?

Sì. Un esempio è il prosciutto cotto che, come tutte le carni cotte, dovrebbe avere un colore grigiastro, e invece è rosa. Tutti sanno che l’impressione visiva è importante per poter vendere un prodotto, per renderlo appetibile da tutti i punti di vista, e il cibo non si scosta da questo principio. Osservate le etichette, quante sostanze chimiche ingurgitiamo come coloranti, esaltatori di sapidità etc., che rendono il cibo bello e gustoso?

Qual è la differenza tra vegetarianesimo e veganesimo?

I vegetariani sono coloro che non si nutrono di carne e pesce, ma comunque consumano latte, uova, formaggi etc., i vegani invece non mangiano tutto ciò che è di origine animale, quindi niente latticini, uova e neppure il miele.

I mezzi d’informazione, danno grande enfasi a quelle coppie di genitori che, imponendo una dieta molto rigida ai propri figli, ne provocano malori. Quanto ritieni ci sia di vero, in quelle notizie?

Talvolta, le notizie redatte dagli organi di informazione, hanno l’obiettivo di vendere il loro prodotto sotto forma di giornali o di audience. Spesso si cavalca l’onda enfatizzando alcune notizie, e celandone altre, oppure mettendo la lente di ingrandimento su alcuni fatti appetibili per la vendita, non sottolineandone altri, che non fanno clamore; posso fare un esempio: alcuni genitori, ossessionati dall’alimentazione vegana, hanno ridotto in fin di vita i propri figli, qualche volta ne abbiamo sentito parlare, ma con estrema difficoltà sentiremo parlare di bambini obesi, nutriti da genitori onnivori, che rendono i loro figli diabetici o con affaticamento  del fegato tale, da essere predisposti al cancro. Nel secondo caso, c’è omertà. Sì, se ne parla, ma non fa notizia, non vende. Ho avuto in classe, molti bambini malnutriti per questi ultimi diffusissimi casi, ospedalizzati per problemi all’apparato digerente, diabete, malfunzionamento del fegato, nessuno per eccessi di veganesimo. So che parlo della mia testimonianza, e può non fare testo, ma c’è da rifletterci su.

Ritieni sia corretto per dei genitori, a prescindere dal sistema alimentare adottato, imporre lo stesso metodo anche ai propri figli?

Ho conosciuto famiglie vegane con i figli vegani anch’essi in splendida armonia psicofisica. Io credo che certe scelte, siano molto personali, fatte da maturazione, e messe in discussione negli anni della propria vita. Io per esempio, sono vegetariano, a periodi vegano. La mia famiglia mangia anche carne e pesce. È una mia scelta personale. Credo che le famiglie debbano educare i figli, a crescere in modo sano, consapevole, etico e onesto. Il cibo fa parte della nostra vita, e va considerato anche sotto questo aspetto. Non ha importanza se sei onnivoro o vegano, ha importanza che non si mangino alimenti dannosi, o abusarne di alcuni.

Grande dibattito è sorto, sul fatto se l’essere umano sia davvero onnivoro come ci viene insegnato nei libri di scuola, o se piuttosto non sia davvero vegetariano come molte nuove correnti di pensiero stanno proponendo in questo periodo. Qual è il tuo pensiero in merito?

Il consumo di carne è salito in modo impressionante solo negli ultimi cento anni. Prima se ne consumava pochissima. Il grande oncologo Umberto Veronesi, era vegetariano, e lui raccomandava di consumare meno carne possibile, quando anche di astenersi. Vi sono studi che sottolineano come una persona vegetariana viva più e meglio di una persona onnivora. Questi sono fatti. Personaggi dello sport, come Frederick Carlton Lewis e Dorina Vaccaroni, sono vegani, Vincenzo Maiorca, Martina Navrátilová, Manuela di Centa, sono vegetariani. Il problema pratico è questo: più si restringe il campo dell’alimentazione, più bisogna essere precisi nell’assunzione dei cibi, affinché la dieta sia equilibrata. Il fatto che noi possiamo cibarci anche di carne, ci ha permesso di sopravvivere in periodi di grave carestia. Oggi non abbiamo problemi di sopravvivenza, almeno non nei Paesi industrializzati. Non ci serve mangiare carne. Non ci fa bene. Possiamo anche fumare con moderazione, ubriacarci di rado, etc., ciò non vuol dire che lo dobbiamo fare, ciò non vuol dire che siamo nati per fumare o assumere alcolici. L’uomo è di per sé un essere in grado di vivere anche in maniera non corretta. Soprattutto, gran parte della carne, proviene da allevamenti intensivi, dove la qualità di vita dell’animale è pessima e di conseguenza la sua carne. Poi a livello emotivo mi dico “posso fare a meno di privare della vita un animale, vivo lo stesso bene, in salute, posso farne a meno”. Moltissimi vegetariani e vegani, non hanno una spinta di amore nelle loro scelte. Con facilità potrete entrare nei loro siti, e vedere atteggiamenti di odio profondo nei confronti dei consumatori di carne, augurando loro di morire nel peggiore dei modi, così come nei siti di animalisti, che magari mangiano i cuccioli di altre specie animali, tranne i quelli di cane e gatto, un controsenso; vi sono espressioni di estrema violenza. Ecco, credo che queste persone abbiano bisogno di etichettarsi, di far parte di un gruppo per sentirsi vivi. Sono lontanissimi da una scelta etica e morale. Appartengono a un gruppo. Hanno bisogno dell’etichetta per riconoscersi.

Esistono davvero cibi che fanno male al nostro organismo, o dipende tutto dalla quantità in cui vengono assimilati, e dall’attività fisica che si svolge, o non si svolge, per bruciarli?

Sì, vi sono sostanze che fanno male al nostro organismo, ma ci sono soprattutto sostanze che oggi consumiamo, e che fanno malissimo per l’enorme quantità che ne assumiamo. Parlo dello zucchero, dei grassi animali, dei prodotti chimici usati per colorare gli alimenti, per dargli un sapore gradevole perché altrimenti non lo sarebbero, parlo di pesticidi, antibiotici, conservanti, il tutto in una civiltà di sedentari, che usa l’auto per fare cento metri,

Quella calda sera del 3 luglio 1990 – ultimo saluto a mister Vicini

Quella calda sera del 3 luglio 1990 – ultimo saluto a mister Vicini

Erano le “notti magiche”, quelle che si passavano “inseguendo un goal”. Era l’estate del Campionato del Mondo di Calcio di Italia 90, e al liceo, ero stato rimandato in tre materie, non proprio un bel periodo per me. E in quei momenti, in cui tutto, per merito o demerito mio, sembrava darmi contro, poche cose, mi tennero a galla in quel periodo. Una fu il mio amico Raffaele – ovunque tu sia, sei sempre con me – e l’altra, furono gli appuntamenti notturni con la nostra nazionale di calcio. Il mio primo mondiale, e forse l’ultimo, giocato in casa, in Italia, che ho potuto, e che potrò mai vedere. Era la nazionale del capitano Franco Baresi, dello zio Giuseppe Bergomi, dell’uomo ragno Walter Zenga, dell’inossidabile Paolo Maldini, del principe Giuseppe Giannini, del campione Gianluca Vialli, del futuro Pallone d’Oro Roberto Baggio e di Salvatore Totò Schillaci, con i suoi sguardi allucinati e increduli. Ma era anche la squadra di un allenatore gentiluomo, d’altri tempi forse, che in questo calcio frenetico, maleducato e miliardario si sarebbe trovato più, che come un pesce fuor d’acqua. Era la nazionale del commissario tecnico Azeglio Vicini. Uomo mite, per bene, educato e cavalleresco. L’unico rimprovero, detto comunque a bassa voce, tra le righe, mai urlato, mai rinfacciato, fu forse quello di aver sbagliato i cambi, in quella maledetta semifinale con l’Argentina del Pide de Oro,  non facendo entrare prima Baggio, e inserendo Serena in una partita in cui forse, si sarebbe fatto preferire qualcun altro. Ma adesso è facile parlare, ora è semplice commentare, a ventotto anni di distanza, discorso ben diverso era in quella calda sera del 3 luglio 1990, quando Vicini sentiva su di sé, la pressione di tutta l’Italia, e quando forse già, aveva intuito, da grande uomo ed esperto di calcio qual era, come sarebbe andata a finire. Ora, il nostro Vicini, è insieme ai più grandi, e lì, vincerà, come sempre, qualunque partita si troverà a giocare.

Ciao Azeglio.

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