Paolo Montaldo intervista Paolo Montaldo

Paolo Montaldo intervista Paolo Montaldo

Si dice che si possa mentire a chiunque, tranne che a sé stessi. Così come, si dice sempre, che nessuno ci conosca bene come noi stessi. Potrei ritenermi in parte d’accordo, ma vediamo allora cosa accade, se applico le suddette frasi a me stesso, intervistandomi!

Paolo, parlaci del tuo ultimo romanzo, H&J, com’è nato?

Io non volevo scrivere H&J. Non mi ritenevo all’altezza del compito. E tutt’ora sono dell’idea che chiunque avrebbe potuto realizzarlo meglio di come ho fatto io. Fu solo per l’insistenza e i continui sproni di mia moglie Titti se ho iniziato a scriverlo. E anche una volta terminato, con l’editore si pensava di far uscire un altro romanzo, un giallo ambientato nella nostra terra, dal titolo provvisorio di Così soffrirai di più. Alla fine, si decise invece proprio per H&J, e devo dire, che mai decisione fu più benevola.

Cosa ti ha dato questo romanzo?

Tutto. E di più. Mi ha fatto migliorare come persona, mi ha permesso di conoscere una moltitudine di persone, tutte una più splendida dell’altra; ho potuto visitare luoghi incantevoli e vivere momenti di rara intensità e bellezza.

Quanta parte di Paolo c’è dentro H&J?

Potrei dire che si può ritrovare una parte di me in ogni singola parola del romanzo, così come potrei affermare che io non esisto affatto. H&J è il frutto della collaborazione di una squadra affiatata, che ha lavorato serrata e unita per raggiungere un unico compito, quello di farmi diventare uno scrittore. Mia moglie Titti, il mio editore Alessandro, il mio direttore editoriale Fabio, il mio grafico Rinaldo, Ireneo con la sua introduzione, Giorgia con la sua nota scientifica, Giancarlo con la sua distribuzione, senza di loro, io non esisterei.

Cosa ti senti di dire a tua moglie Titti?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Sei stata il fulcro e la fiamma e la spinta che mi ha portato a scriverlo. H&J è solo e soltanto merito tuo.

Cosa ti senti di dire al tuo editore Alessandro?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Mi hai dato il tuo tempo, il tuo lavoro, la tua fiducia e il denaro che hai con fatica guadagnato, senza sapere se sarei riuscito a ripagare la tua fiducia o meno. Mi sono sentito investito e caricato di una simile mole di responsabilità, che ancora adesso non sento di aver ripagato in toto. Magari, forse, dopo la decima ristampa!

Cosa ti senti di dire al tuo direttore editoriale Fabio?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Mi hai insegnato a scrivere, hai limato tutti i miei difetti, mi hai spinto a superare i miei limiti, spiegandomi come si scrive e cosa va scritto. Se H&J è un prodotto leggibile, lo si deve a te.

Cosa ti senti di dire al tuo grafico Rinaldo?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Hai elaborato la copertina più bella, efficace e d’effetto che sia mai stata concepita, non credo ci sia altro da aggiungere.

Cosa ti senti di dire a Ireneo?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Proprio come una polena scruta il mare augurando il meglio alla propria nave, così la tua introduzione è stata di una importanza fondamentale, poiché è ciò che per primo si legge.

Cosa ti senti di dire a Giorgia?

Senza di te, H&J non esisterebbe. La nota scientifica è stata quanto mai preziosa, perché permette a chi, ignorante come me, di capire un po’ di più che cosa può essere e che cosa non è, l’autismo.

Cosa ti senti di dire a Giancarlo?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Grazie al tuo sforzo, H&J è arrivato ovunque nella nostra isola, da dove tutto è partito.

Con H&J, dove sei arrivato? E dove vuoi arrivare?

Se mi sentissi arrivato, da qualunque parte, avrei già fallito in partenza. Cerco di alzare sempre più l’asticella, cerco di fare sempre un gradino più, per non fermarmi mai. Penso sempre che in ogni presentazione, in ogni evento, possa fare qualcosa di più e di meglio. Ci sono due traguardi, in effetti, che vorrei che H&J riuscisse a tagliare, anche se non è semplice e non so se ci riuscirò mai; il primo è quello di essere l’autore sardo con casa editrice sarda, più venduto; il secondo, è quello di riuscire ad arrivare ad avere due ristampe allo stesso tempo, come solo i più grandi sono riusciti. Non sono traguardi semplici, ma io non mi arrendo, anche perché uno dei due, inizia a essere vicino!

Cosa ti senti di dire in chiusura di questa intervista?

Che nulla di tutto quello che ho fatto, sarebbe stato possibile se non ci fossero stati i lettori di H&J, gli unici veri e soli sovrani del successo editoriale di qualunque pubblicazione, che, in momento in cui l’economia non va troppo a gonfie vele, mi hanno permesso di staccare ben tre ristampe, portandomi a vele spiegate verso la quarta. Vorrei inginocchiarmi di fronte a ognuno di loro, per ringraziarli con il mio cuore mano, dicendogli che, se io esisto, lo devo soltanto a loro.

Io, volontario! – La propria vita al servizio degli altri

Io, volontario! – La propria vita al servizio degli altri

Sono ben convinto del fatto che non esista amore più grande, di chi offre il proprio tempo, e quindi la propria vita, al servizio degli altri. È un qualcosa di così grande, alto e generoso che con estrema difficoltà posso solo pensare a qualcosa che eguagli una simile bontà d’animo. E proprio per cercare di capire, per poterli ammirare sempre più, chi compie questi straordinari atti d’altruismo, ho provato a chiedere lumi a Gian Filippo Cocco, volontario.

Cosa vuol dire, al giorno d’oggi, fare volontariato?
Premetto che faccio volontariato presso Millesport per ragazzi down e autistici. Fare volontariato significa dare un aiuto a persone che, all’apparenza, hanno qualche limite, poiché ognuno ha dei limiti e bisogno di aiuto. Io stesso ne ho, ma questo non mi ferma, mi stimola a conoscere nuovi orizzonti.

Che spirito anima un volontario?
Un volontario deve essere predisposto ad aiutare gli altri, non sentendosi obbligato, ma agendo con il cuore.

È una cosa che può fare chiunque od occorrono particolari requisiti?
I requisiti per far bene volontariato può averli chiunque, se riesce a trovare amore in quello che fa.

Hai mai pensato fosse un compito troppo duro o faticoso?
All’inizio avevo paura di sbagliare, nell’approccio con i ragazzi, ma ho capito che il cuore è la macchina che ti porta in ogni strada. Ho superato la paura senza correre, ma agendo con calma.

È un’esperienza che consiglieresti a chiunque?
È un’esperienza che consiglio a chiunque. Infatti ho proposto a tanti amici di venire a conoscere questo mondo fantastico, e non mi sono mai pentito, perché vedere gli altri sorridere, illumina di gioia la giornata.
E se potete, aggiungo io, imparate e fate altrettanto.

Il circo degli animali

Il circo degli animali

Non ho mai amato il circo. Fin da bambino, non sono mai stato attratto da tutto ciò che avveniva sotto il suo enorme freddo tendone. Perfino gli stessi clown, mi han sempre messo una certa inquietudine, piuttosto che farmi sorridere. E non perché avessi già letto il romanzo di un loro collega assassino, ma perché li ho sempre trovati strani, ingannevoli, forzati. Ora invece, li trovo più che altro tristi, mesti. No, non mi sono mai piaciuti i circhi. E più sono andato avanti con l’età, meno li ho apprezzati, e adesso, proprio mi risultano indifferenti, financo fastidiosi. Per carità, posso apprezzare lo sforzo fisico e l’allenamento che occorre ai vari trapezisti e giocolieri, per compiere tutte le loro acrobazie e le eventuali prove di forza a cui si sottopongono, ma tutti si ferma lì, al constatare tutto l’allenamento, anche molto faticoso e impegnativo, che si ribadisca ancora una volta, che gli è occorso per sviluppare quel determinato esercizio.

Ma quando vedo, delle povere bestie, dei poveri animali, che con fare mesto, lento, pesante, triste, umiliato, sono obbligati a compiere degli esercizi contro natura, davvero, come direbbe un mio caro amico, mi sale il sangue al cervello. È impossibile per me, per come sono stato educato e come sono cresciuto e come mi sono sviluppato, pensare che ci siano ancora persone, esseri umani, magari con della prole, che possano trovare divertente andare a vedere degli animali, degli esseri viventi che sono figli a loro volta di altri genitori, obbligati a umiliarsi, a degradarsi come esseri viventi, per compiere gesti e svolgere azioni che non farebbero mai, per il solo sollazzo e ludibrio altrui.

Che schifo.

Davvero la trovo una cosa degradante per l’intelletto umano. E mortificante e imbarazzante per tutto ciò che di buono l’essere umano ha. Ma forse sono io troppo sensibile o forse m’inganno nel pensare che questa umanità, che deruba, uccide e violenta, ignorante e guerrafondaia, possa avere rispetto e pietà per dei poveri animali. Cresciuti in ambienti a loro alieni, strappati al loro habitat naturale, umiliati e piegati e schiavizzati in catene e rinchiusi in gabbie.

Che amarezza! Che vergogna!

Davvero, come dico sempre più spesso, questa umanità non si merita altro che un nuovo diluvio universale, con la speranza che questa volta si salvino soltanto quelli che noi, con stupida e inutile superbia, chiamiamo animali. Perché sempre più spesso non posso fare a meno di constatare, nel remoto caso in cui ce ne fosse ancora e davvero bisogno, che come dice sempre mia madre, la nostra cagnolina Noce, è molto più intelligente e umana di tante persone.

 

Cosa vuol dire essere scrittore? #2 – con Rita Piras

Cosa vuol dire essere scrittore? #2 – con Rita Piras

Spesso si ha l’illusione, generata dalla visione contorta che un certo tipo di società cerca d’inculcare, che sia sufficiente essere pubblicati presso una casa editrice, per considerare il più del proprio lavoro di scrittore, svolto. Per fortuna, così non è più da qualche tempo ormai, e di questi tempi, il – passatemi l’iperbole – vero lavoro dello scrittore, avviene dopo la pubblicazione, ovvero riuscire a vendere ciò che ha scritto con tanta fatica e dedizione. Mi onoro oggi d’intervistare una neo scrittrice, che sono sicuro non avrà alcun problema nelle attività sopra indicate, per la sua competenza e serietà, e per la validità del suo lavoro, ma passiamo ora la parola alla bravissima Rita Piras.

Cosa vuol dire essere scrittore al giorno d’oggi?

Sono convinta che essere scrittori non è qualcosa che può fare riferimento a un periodo storico o che abbia delle scadenze temporali. Si può e si deve, soprattutto, essere scrittori sempre. Oggi, nella nostra attuale realtà, è però più complicato. La possibilità di utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione ci distoglie spesso dalla sana lettura di un buon libro. Essere scrittori al giorno d’oggi significa riuscire a riportare il lettore a quella dimensione autentica che è la lettura di un libro. Riuscire a rapire il lettore, allontanarlo per un attimo da tutte le distrazioni che ci portano via i piaceri dimenticati, i momenti di quiete, il riuscire a concedersi del tempo tutto per noi. Essere scrittori oggi significa riuscire a donare del tempo per sé ai propri lettori, strappandoli alla frenesia delle giornate tutte uguali, e condurli lungo un viaggio che possa donare loro il distacco da ogni pensiero. Essere scrittori oggi significa portare libertà. Se riesci a far sì che un tuo lettore si conceda del temo per leggere, gli hai fatto un regalo e lo hai fatto anche a te stesso.

Chi è lo scrittore? Chiunque arrivi alla pubblicazione di un testo o, come ritengono alcuni, scrittore è chiunque scriva qualcosa?

Nell’animo possiamo essere tutti scrittori, alcuni tengono dei diari personali, altri raccolgono appunti, altri ancora scrivono poesie che nessuno leggerà mai. Per me lo scrittore è colui che con assoluta caparbietà ha voglia e necessità di far giungere il proprio messaggio attraverso la pubblicazione dei propri scritti. Definirei scrittore chi vuole condividere le proprie opere, chi desidera che altri le leggano, chi sente nel cuore una fiamma sempre accesa, ma che possa accendere tante altre piccole fiammelle. Lo scrittore ha voglia di comunicare qualcosa, desidera che questo qualcosa giunga il più lontano possibile. Se crede nel messaggio che vuole donare, non può che aspirare alla pubblicazione e alla divulgazione del proprio operato.

Cosa ne pensi delle cosiddette case editrici a pagamento?

Case editrici a pagamento, uno strumento di scarsa professionalità. Se tutti pagassimo per avere la pubblicazione di un testo, avremmo in giro per le librerie dei testi non valutati per ciò che rappresentano, ma troveremo soltanto testi di chi ha reso possibile la pubblicazione attraverso il denaro. Il denaro non può comprare tutto, il talento non ha un prezzo di mercato. Il denaro in casi come questo deve chinare la testa e arrendersi. Una casa editrice seria valuta un testo, sceglie con cura se sia il caso di editarlo e ne giustifica la pubblicazione attribuendogli un valore autentico.

Ritieni che la stampa pubblicizzi in maniera imparziale chiunque o, come dicono alcuni, nei giornali finiscono solo gli amici degli amici?

È pur vero che oggi accadono dei fatti che dimostrano questa triste realtà. A volte si fa carriere non per merito, ma per gli appoggi ricevuti. Voglio però ancora credere che nella natura umana sia rimasta la possibilità di essere autentici. Pertanto sono convinta che la stampa debba, nonostante sia ormai consuetudine un certo tipo di atteggiamento, ricredersi e dare spazio a chi deve essere pubblicizzato per merito. In questi casi succede che chi manovra gli strumenti pubblicitari debba adeguarsi a pubblicizzare un talento. Penso che chi è capace e riesce a dimostrarlo con tenacia, prima o poi emerge.

Ti sei mai sentita discriminata per il fatto di essere una scrittrice, rispetto a uno scrittore?

No. Non mi è mai capitato di provare questa sensazione, né tanto meno che qualcuno me la facesse provare! Credo che essere scrittori non abbia niente a che fare con l’essere femmina o maschio, essere scrittore prescinde da qualunque genere di catalogazione. Direi piuttosto che, essere donna, mi fa sentire con una marcia in più!

In una sua intervista, Pier Paolo Pasolini ha detto: “scrivere non ha senso, io continuo a essere scrittore per forza d’inerzia”, cosa ne pensi?

Credo che la citazione di Pasolini sia vera. Non si può scegliere di smettere di scrivere se quella è la tua passione. Ti appartiene, è parte di te, non si può fare ameno di farlo. Si scrive per naturale disposizione d’animo e non perché si scelga di farlo. Piuttosto ho qualche dubbio sul fatto che scrivere non abbia un senso. Per me scrivere ha un senso profondissimo, è l’unico vero modo in cui la mia anima trova voce.

 

Cavallino Rampante

Cavallino Rampante

Tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, si è assistito a un fenomeno unico, per ora, nella storia dell’automobilismo, ovvero che un pilota è diventato per ben sette volte, di cui cinque consecutive, campione del mondo. Inutile ricordare come quel pilota sia stato Michael Schumacher e che abbia ottenuto quel primato con la scuderia Ferrari, grazie anche ai suoi due precedenti trionfi con la scuderia Benetton. Ricordo ancora bene come tutte quelle vittorie in serie, che riuscì a inanellare, alla fine di quel ciclo vincente, erano diventate quasi familiari, scontate oserei dire. In quegli anni, ci si era cioè abituati al fatto, che la Ferrari e Schumacher, avrebbero comunque vinto, quasi per sempre, come se fossero stati un perfetto ingranaggio scevro da quella parola ch’è sconfitta. E per un certo verso, se la sua vettura era davvero piena d’ingranaggi, lui, il pilota, era comunque un essere umano, con pregi e difetti, forze e fragilità, di tutti gli esseri umani. Ci si era quasi abituati, in maniera tanto scontata e banale quanto orribile, al fatto che Schumacher dovesse vincere, a prescindere, e che se lui gareggiasse, la vittoria era di rito, di rigore, scontata, assicurata, acclarata, indiscutibile. Niente di più sbagliato. E sopratutto ora, in uno dei momenti che non certo passeranno alla storia come tra i più vincenti per la Ferrari, ci si rende conto di come lo scontato non lo fosse affatto. Solo ora, purtroppo, si comprende di come il familiare, il solito, il continuo, tutto fosse tranne che quello. E allora, proprio io stesso che mi uniformai a quel festante ma bovino gregge, mi sento in dovere di scusarmi, una volta di più, con qualcuno che ci ha dato così tanto, e che tanto ha ricevuto ben inteso, ma che adesso, davvero ci manca così tanto. Se puoi, Michael, nella tua infinita e inarrivabile grandezza, perdonami.

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