Odissea burocratica

Odissea burocratica

“La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali”, diceva Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, la grande anima. E poiché anche l’essere umano è un animale, per quanto il peggiore di tutti, viene da riflettere, o da incazzarsi, a sentire storie come quella che Vi sto per raccontare. Una storia di italiana cronica inefficienza, di mesto pressapochismo e incivile ignoranza. Avevo pensato a un epilogo, dopo l’intervista, ma la frustrazione e l’umiliazione, me lo hanno fatto tralasciare. Perché non potremo mai considerarci un paese evoluto, fino a quando anche un solo caso come quello che Vi sto per raccontare, da vero e proprio crimine contro l’umano intelletto, si realizzerà.

Giovanni, puoi raccontarci, che inutile, ignorante e fastidiosa odissea burocratica, devi affrontare ogni mese?

Semplice. Mia madre si sottopone a trattamenti emodialitici tre volte alla settimana. Lo stato garantisce un sostegno economico, che viene erogato una tantum. Ma per avere diritto a questa cifra, bisogna presentare ogni mese, una documentazione relativa ai trattamenti svolti, presso gli uffici del comune di residenza. Tale documentazione, deve essere presentata in maniera improrogabile entro il dieci di ogni mese.

Questa documentazione, è facile da reperire e/o snella nelle operazioni di presentazione, o ci sono tempi di attesa indegni di un paese civile?

Il primo ritardo deriva dalla clinica in cui mia madre effettua la dialisi, che dovrebbe consegnare questo documento i primi giorni del mese, ma regolarmente lo fa intorno al sesto/settimo giorno. Questo ritardo, di per sé, non è grave, ma unito all’inefficienza degli uffici comunali, diventa problematico. Prima, esisteva un ufficio in una sede staccata del comune, che si occupava solo di queste pratiche. Apriva tre ore, due volte la settimana. Sembra poco, ma essendo dedicato solo a quello, consegnare la documentazione era semplice e veloce, anche se era sempre pieno di gente.

C’è la possibilità di una presentazione del modulo per via telematica, tramite internet, o tutto deve avvenire in forma cartacea, da bravi amanuensi medioevali?

Non esiste il fax. C’è la possibilità dell’invio telematico, ma poiché quella stessa documentazione deve essere presentata anche di persona, in forma cartacea, quella stessa possibilità viene a morire. Da bravi amanuensi. Non essendoci più l’ufficio preposto, devo portare la documentazione all’ufficio protocollo, che, come si può intuire, si occupa anche di altro. Sorvolando sul fatto che su tre postazioni di lavoro, due sono sempre vuote. Non badando al fatto che hanno una stampante per quattro uffici diversi. Tralasciando il fatto della fila interminabile che un disgraziato deve fare, per consegnare la documentazione, per poi vedere i soldi, per curare la propria madre, quando pare a loro.

Mi viene da domandarti, una persona come tua madre, può sempre contare su di te; come pensi potrebbe sbrigare tutte queste pratiche una donna, sola, anziana, senza nessuno?

Semplice! Non potrebbe. Sarebbe costretta a chiedere la cortesia a qualcuno, o pagare perché sia svolta la pratica. Adesso, anche se non ne ho esperienza diretta, so che in altri comuni la documentazione viene trasmessa dall’ambulatorio in cui viene effettuata la dialisi. Viene stampato il documento, fatto firmare al paziente, e poi trasmesso al competente ufficio comunale via telematica, ma noi viviamo nel medioevo.

Sull’opera lirica – intervista a Fabio Marcello

Sull’opera lirica – intervista a Fabio Marcello

Un recente accadimento, avvenuto in quel di Firenze, mi ha spinto a pormi delle domande sull’opera lirica, argomento, come tanti altri, nei quali la mia profonda ignoranza impera indisturbata e quindi, per poter meglio capire ciò che stava succedendo, mi sono avvalso della più che preziosa collaborazione e consulenza del dottor Fabio Marcello, già critico musicale de L’Unione Sarda e attuale corrispondente per la Sardegna della rivista internazionale L’Opera.

Nella commedia romantica Pretty Woman, uno dei protagonisti, Richard Tiffany Gere, afferma che “l’opera si ama o si odia, non c’è via di mezzo”, sei d’accordo con quest’affermazione?

Non del tutto. È vero che, di norma, chi ama l’opera lo fa in maniera viscerale, i cosiddetti melomani, e sono tantissimi in tutto il mondo, da sempre, espertissimi della materia in ogni minimo dettaglio, conoscono a menadito cantanti e direttori d’orchestra, frequentano i teatri, addirittura si dividono tra chi è il miglior tenore – Pavarotti o Corelli? Domingo o Kraus? – che nemmeno ai tempi del dualismo Coppi-Bartali. Se questo è vero, è altrettanto vero che c’è chi proprio non riesce a digerire i tempi lunghi o il linguaggio complesso dell’opera lirica, e non è bestemmia dirlo. Nel mezzo, c’è quell’ampia fascia di fruitori che, magari, hanno subito il trauma di una presenza in teatro troppo anticipata, classico il caso del ragazzino che viene trascinato a forza a sorbirsi Wagner o Puccini e si annoia a morte, oppure risultano prevenuti perché considerano il teatro d’opera un luogo d’élite, una “roba per ricchi” e così via. Ecco, capita che molti di costoro, accompagnati dalla persona giusta, nell’occasione giusta – proprio come fa Richard Gere con Julia Roberts nel film – finiscano per ricredersi perché conquistati dalla malìa della lirica, e piano piano, anche se non con la costanza dei melomani di cui sopra, inizino a frequentare le recite con crescente piacere.

Puoi raccontarci qual è stata la prima opera che hai visto, e che sentimenti ti ha suscitato?

Ernani, di Giuseppe Verdi. Cast stellare con Pavarotti, Milnes, Raimondi. Correva l’anno 1983. Una folgorazione, una rivelazione. Difficile spiegare a parole l’effetto di un incantesimo, ma tale è stato e dura tuttora.

All’Opera di Firenze, il regista Leo Muscato si inchina al politically correct, e cambia il finale dell’Opéra-comique di Georges Bizet. La protagonista si salva perché la pistola che l’avrebbe dovuta uccidere, si inceppa. Ma il pubblico non gradisce la svolta, e fischia in maniera sonora. Cosa ne pensi?

Che il pubblico ha ragione. I melomani, quelli di cui ho parlato sopra, sono persone serie e competenti, non tollerano le prese in giro, ancor meno queste trovate di chiaro carattere pubblicitario. Mi auguro che si tratti di uno svarione isolato destinato a restare tale. Non è così che si avvicina la gente al teatro d’opera, e anzi si innervosisce chi di norma lo frequenta con passione pagando fior di quattrini per il biglietto o l’abbonamento.

Il direttore d’orchestra, violinista e compositore olandese, André Léon Marie Nicolas Rieu, sostiene che un nuovo Johann Baptist Strauss, non sia ancora nato. Ritieni anche tu che l’epoca d’oro della lirica si possa trovare solo guardando al passato o vedi qualcosa anche nel presente e nel futuro?

Premesso che non è nato ancora nemmeno un nuovo Mozart o un nuovo Verdi, né capiterà, la forza della Lirica è di attingere alla tradizione per rinnovarsi ogni volta. Non c’è recita uguale a un’altra, l’universo di valori, di messaggi, di bellezza che la Lirica porta con sé, sfida il tempo e lo spazio, non si tratta di roba d’antiquariato. Detto ciò, al teatro Lirico di Cagliari abbiamo avuto da poco un esempio di opera di un compositore contemporaneo, accolta con lo stesso entusiasmo di solito riservato ai lavori di un Bellini o di un Donizetti, e parlo della Ciociara di Marco Tutino. Idea musicale chiarissima, orchestrazione di gusto pucciniano, libretto limpido, cantanti appropriati, regia efficace, un trionfo autentico.

Per un giovane che volesse accostarsi all’opera, quale gli consiglieresti, e perché, come prima?

Direi La Traviata di Verdi, avvincente nella trama – le cui tinte passano dal lirico al tragico al drammatico in un crescendo coinvolgente – e celeberrima per le arie, duetti e concertati. O Il Barbiere di Siviglia di Rossini, genialità e divertimento allo stato puro, a ritmi vorticosi. Per chi vuole vivere all’esordio una esperienza quasi magica, c’è anche il Don Giovanni di Mozart. O, perché no, l’Ernani di Verdi… proprio come capitò a me tanti anni fa.

Inutile dirVi che, chi Vi scrive, è stato uno di quei ragazzi, raccontato alla perfezione dal dottor Marcello, “classico il caso del ragazzino che viene trascinato a forza a sorbirsi Wagner o Puccini e si annoia a morte”…

Fonte immagine di copertina: Google Immagini, www.pieralli.it

Cibo, vegetarianesimo e veganesimo – intervista al Prof. Alberto Floris

Cibo, vegetarianesimo e veganesimo – intervista al Prof. Alberto Floris

In un momento storico sociale, come quello in cui siamo chiamati a vivere, dove ognuno si sente chiamato in diritto, di poter esprimere la propria opinione, senza considerazione o meno del proprio ruolo, delle proprie conoscenze, e della propria istruzione, ho voluto tentare di far luce su un tema, più che di stretta attualità, come quello dell’alimentazione. Ho quindi esposto i miei dubbi al Professor Alberto Floris, mentore e  guida, per chiunque abbia a cuore, il proprio organismo.

Corrisponde a verità, il fatto che certi alimenti che troviamo in bella mostra nei nostri supermercati, siano colorati e/o alterati in maniera artificiale, per renderli più gradevoli alla vista e per stimolarne quindi, l’acquisto?

Sì. Un esempio è il prosciutto cotto che, come tutte le carni cotte, dovrebbe avere un colore grigiastro, e invece è rosa. Tutti sanno che l’impressione visiva è importante per poter vendere un prodotto, per renderlo appetibile da tutti i punti di vista, e il cibo non si scosta da questo principio. Osservate le etichette, quante sostanze chimiche ingurgitiamo come coloranti, esaltatori di sapidità etc., che rendono il cibo bello e gustoso?

Qual è la differenza tra vegetarianesimo e veganesimo?

I vegetariani sono coloro che non si nutrono di carne e pesce, ma comunque consumano latte, uova, formaggi etc., i vegani invece non mangiano tutto ciò che è di origine animale, quindi niente latticini, uova e neppure il miele.

I mezzi d’informazione, danno grande enfasi a quelle coppie di genitori che, imponendo una dieta molto rigida ai propri figli, ne provocano malori. Quanto ritieni ci sia di vero, in quelle notizie?

Talvolta, le notizie redatte dagli organi di informazione, hanno l’obiettivo di vendere il loro prodotto sotto forma di giornali o di audience. Spesso si cavalca l’onda enfatizzando alcune notizie, e celandone altre, oppure mettendo la lente di ingrandimento su alcuni fatti appetibili per la vendita, non sottolineandone altri, che non fanno clamore; posso fare un esempio: alcuni genitori, ossessionati dall’alimentazione vegana, hanno ridotto in fin di vita i propri figli, qualche volta ne abbiamo sentito parlare, ma con estrema difficoltà sentiremo parlare di bambini obesi, nutriti da genitori onnivori, che rendono i loro figli diabetici o con affaticamento  del fegato tale, da essere predisposti al cancro. Nel secondo caso, c’è omertà. Sì, se ne parla, ma non fa notizia, non vende. Ho avuto in classe, molti bambini malnutriti per questi ultimi diffusissimi casi, ospedalizzati per problemi all’apparato digerente, diabete, malfunzionamento del fegato, nessuno per eccessi di veganesimo. So che parlo della mia testimonianza, e può non fare testo, ma c’è da rifletterci su.

Ritieni sia corretto per dei genitori, a prescindere dal sistema alimentare adottato, imporre lo stesso metodo anche ai propri figli?

Ho conosciuto famiglie vegane con i figli vegani anch’essi in splendida armonia psicofisica. Io credo che certe scelte, siano molto personali, fatte da maturazione, e messe in discussione negli anni della propria vita. Io per esempio, sono vegetariano, a periodi vegano. La mia famiglia mangia anche carne e pesce. È una mia scelta personale. Credo che le famiglie debbano educare i figli, a crescere in modo sano, consapevole, etico e onesto. Il cibo fa parte della nostra vita, e va considerato anche sotto questo aspetto. Non ha importanza se sei onnivoro o vegano, ha importanza che non si mangino alimenti dannosi, o abusarne di alcuni.

Grande dibattito è sorto, sul fatto se l’essere umano sia davvero onnivoro come ci viene insegnato nei libri di scuola, o se piuttosto non sia davvero vegetariano come molte nuove correnti di pensiero stanno proponendo in questo periodo. Qual è il tuo pensiero in merito?

Il consumo di carne è salito in modo impressionante solo negli ultimi cento anni. Prima se ne consumava pochissima. Il grande oncologo Umberto Veronesi, era vegetariano, e lui raccomandava di consumare meno carne possibile, quando anche di astenersi. Vi sono studi che sottolineano come una persona vegetariana viva più e meglio di una persona onnivora. Questi sono fatti. Personaggi dello sport, come Frederick Carlton Lewis e Dorina Vaccaroni, sono vegani, Vincenzo Maiorca, Martina Navrátilová, Manuela di Centa, sono vegetariani. Il problema pratico è questo: più si restringe il campo dell’alimentazione, più bisogna essere precisi nell’assunzione dei cibi, affinché la dieta sia equilibrata. Il fatto che noi possiamo cibarci anche di carne, ci ha permesso di sopravvivere in periodi di grave carestia. Oggi non abbiamo problemi di sopravvivenza, almeno non nei Paesi industrializzati. Non ci serve mangiare carne. Non ci fa bene. Possiamo anche fumare con moderazione, ubriacarci di rado, etc., ciò non vuol dire che lo dobbiamo fare, ciò non vuol dire che siamo nati per fumare o assumere alcolici. L’uomo è di per sé un essere in grado di vivere anche in maniera non corretta. Soprattutto, gran parte della carne, proviene da allevamenti intensivi, dove la qualità di vita dell’animale è pessima e di conseguenza la sua carne. Poi a livello emotivo mi dico “posso fare a meno di privare della vita un animale, vivo lo stesso bene, in salute, posso farne a meno”. Moltissimi vegetariani e vegani, non hanno una spinta di amore nelle loro scelte. Con facilità potrete entrare nei loro siti, e vedere atteggiamenti di odio profondo nei confronti dei consumatori di carne, augurando loro di morire nel peggiore dei modi, così come nei siti di animalisti, che magari mangiano i cuccioli di altre specie animali, tranne i quelli di cane e gatto, un controsenso; vi sono espressioni di estrema violenza. Ecco, credo che queste persone abbiano bisogno di etichettarsi, di far parte di un gruppo per sentirsi vivi. Sono lontanissimi da una scelta etica e morale. Appartengono a un gruppo. Hanno bisogno dell’etichetta per riconoscersi.

Esistono davvero cibi che fanno male al nostro organismo, o dipende tutto dalla quantità in cui vengono assimilati, e dall’attività fisica che si svolge, o non si svolge, per bruciarli?

Sì, vi sono sostanze che fanno male al nostro organismo, ma ci sono soprattutto sostanze che oggi consumiamo, e che fanno malissimo per l’enorme quantità che ne assumiamo. Parlo dello zucchero, dei grassi animali, dei prodotti chimici usati per colorare gli alimenti, per dargli un sapore gradevole perché altrimenti non lo sarebbero, parlo di pesticidi, antibiotici, conservanti, il tutto in una civiltà di sedentari, che usa l’auto per fare cento metri,

Quella calda sera del 3 luglio 1990 – ultimo saluto a mister Vicini

Quella calda sera del 3 luglio 1990 – ultimo saluto a mister Vicini

Erano le “notti magiche”, quelle che si passavano “inseguendo un goal”. Era l’estate del Campionato del Mondo di Calcio di Italia 90, e al liceo, ero stato rimandato in tre materie, non proprio un bel periodo per me. E in quei momenti, in cui tutto, per merito o demerito mio, sembrava darmi contro, poche cose, mi tennero a galla in quel periodo. Una fu il mio amico Raffaele – ovunque tu sia, sei sempre con me – e l’altra, furono gli appuntamenti notturni con la nostra nazionale di calcio. Il mio primo mondiale, e forse l’ultimo, giocato in casa, in Italia, che ho potuto, e che potrò mai vedere. Era la nazionale del capitano Franco Baresi, dello zio Giuseppe Bergomi, dell’uomo ragno Walter Zenga, dell’inossidabile Paolo Maldini, del principe Giuseppe Giannini, del campione Gianluca Vialli, del futuro Pallone d’Oro Roberto Baggio e di Salvatore Totò Schillaci, con i suoi sguardi allucinati e increduli. Ma era anche la squadra di un allenatore gentiluomo, d’altri tempi forse, che in questo calcio frenetico, maleducato e miliardario si sarebbe trovato più, che come un pesce fuor d’acqua. Era la nazionale del commissario tecnico Azeglio Vicini. Uomo mite, per bene, educato e cavalleresco. L’unico rimprovero, detto comunque a bassa voce, tra le righe, mai urlato, mai rinfacciato, fu forse quello di aver sbagliato i cambi, in quella maledetta semifinale con l’Argentina del Pide de Oro,  non facendo entrare prima Baggio, e inserendo Serena in una partita in cui forse, si sarebbe fatto preferire qualcun altro. Ma adesso è facile parlare, ora è semplice commentare, a ventotto anni di distanza, discorso ben diverso era in quella calda sera del 3 luglio 1990, quando Vicini sentiva su di sé, la pressione di tutta l’Italia, e quando forse già, aveva intuito, da grande uomo ed esperto di calcio qual era, come sarebbe andata a finire. Ora, il nostro Vicini, è insieme ai più grandi, e lì, vincerà, come sempre, qualunque partita si troverà a giocare.

Ciao Azeglio.

Paolo Montaldo intervista Paolo Montaldo

Paolo Montaldo intervista Paolo Montaldo

Si dice che si possa mentire a chiunque, tranne che a sé stessi. Così come, si dice sempre, che nessuno ci conosca bene come noi stessi. Potrei ritenermi in parte d’accordo, ma vediamo allora cosa accade, se applico le suddette frasi a me stesso, intervistandomi!

Paolo, parlaci del tuo ultimo romanzo, H&J, com’è nato?

Io non volevo scrivere H&J. Non mi ritenevo all’altezza del compito. E tutt’ora sono dell’idea che chiunque avrebbe potuto realizzarlo meglio di come ho fatto io. Fu solo per l’insistenza e i continui sproni di mia moglie Titti se ho iniziato a scriverlo. E anche una volta terminato, con l’editore si pensava di far uscire un altro romanzo, un giallo ambientato nella nostra terra, dal titolo provvisorio di Così soffrirai di più. Alla fine, si decise invece proprio per H&J, e devo dire, che mai decisione fu più benevola.

Cosa ti ha dato questo romanzo?

Tutto. E di più. Mi ha fatto migliorare come persona, mi ha permesso di conoscere una moltitudine di persone, tutte una più splendida dell’altra; ho potuto visitare luoghi incantevoli e vivere momenti di rara intensità e bellezza.

Quanta parte di Paolo c’è dentro H&J?

Potrei dire che si può ritrovare una parte di me in ogni singola parola del romanzo, così come potrei affermare che io non esisto affatto. H&J è il frutto della collaborazione di una squadra affiatata, che ha lavorato serrata e unita per raggiungere un unico compito, quello di farmi diventare uno scrittore. Mia moglie Titti, il mio editore Alessandro, il mio direttore editoriale Fabio, il mio grafico Rinaldo, Ireneo con la sua introduzione, Giorgia con la sua nota scientifica, Giancarlo con la sua distribuzione, senza di loro, io non esisterei.

Cosa ti senti di dire a tua moglie Titti?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Sei stata il fulcro e la fiamma e la spinta che mi ha portato a scriverlo. H&J è solo e soltanto merito tuo.

Cosa ti senti di dire al tuo editore Alessandro?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Mi hai dato il tuo tempo, il tuo lavoro, la tua fiducia e il denaro che hai con fatica guadagnato, senza sapere se sarei riuscito a ripagare la tua fiducia o meno. Mi sono sentito investito e caricato di una simile mole di responsabilità, che ancora adesso non sento di aver ripagato in toto. Magari, forse, dopo la decima ristampa!

Cosa ti senti di dire al tuo direttore editoriale Fabio?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Mi hai insegnato a scrivere, hai limato tutti i miei difetti, mi hai spinto a superare i miei limiti, spiegandomi come si scrive e cosa va scritto. Se H&J è un prodotto leggibile, lo si deve a te.

Cosa ti senti di dire al tuo grafico Rinaldo?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Hai elaborato la copertina più bella, efficace e d’effetto che sia mai stata concepita, non credo ci sia altro da aggiungere.

Cosa ti senti di dire a Ireneo?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Proprio come una polena scruta il mare augurando il meglio alla propria nave, così la tua introduzione è stata di una importanza fondamentale, poiché è ciò che per primo si legge.

Cosa ti senti di dire a Giorgia?

Senza di te, H&J non esisterebbe. La nota scientifica è stata quanto mai preziosa, perché permette a chi, ignorante come me, di capire un po’ di più che cosa può essere e che cosa non è, l’autismo.

Cosa ti senti di dire a Giancarlo?

Senza di te, H&J non esisterebbe. Grazie al tuo sforzo, H&J è arrivato ovunque nella nostra isola, da dove tutto è partito.

Con H&J, dove sei arrivato? E dove vuoi arrivare?

Se mi sentissi arrivato, da qualunque parte, avrei già fallito in partenza. Cerco di alzare sempre più l’asticella, cerco di fare sempre un gradino più, per non fermarmi mai. Penso sempre che in ogni presentazione, in ogni evento, possa fare qualcosa di più e di meglio. Ci sono due traguardi, in effetti, che vorrei che H&J riuscisse a tagliare, anche se non è semplice e non so se ci riuscirò mai; il primo è quello di essere l’autore sardo con casa editrice sarda, più venduto; il secondo, è quello di riuscire ad arrivare ad avere due ristampe allo stesso tempo, come solo i più grandi sono riusciti. Non sono traguardi semplici, ma io non mi arrendo, anche perché uno dei due, inizia a essere vicino!

Cosa ti senti di dire in chiusura di questa intervista?

Che nulla di tutto quello che ho fatto, sarebbe stato possibile se non ci fossero stati i lettori di H&J, gli unici veri e soli sovrani del successo editoriale di qualunque pubblicazione, che, in momento in cui l’economia non va troppo a gonfie vele, mi hanno permesso di staccare ben tre ristampe, portandomi a vele spiegate verso la quarta. Vorrei inginocchiarmi di fronte a ognuno di loro, per ringraziarli con il mio cuore mano, dicendogli che, se io esisto, lo devo soltanto a loro.

Io, volontario! – La propria vita al servizio degli altri

Io, volontario! – La propria vita al servizio degli altri

Sono ben convinto del fatto che non esista amore più grande, di chi offre il proprio tempo, e quindi la propria vita, al servizio degli altri. È un qualcosa di così grande, alto e generoso che con estrema difficoltà posso solo pensare a qualcosa che eguagli una simile bontà d’animo. E proprio per cercare di capire, per poterli ammirare sempre più, chi compie questi straordinari atti d’altruismo, ho provato a chiedere lumi a Gian Filippo Cocco, volontario.

Cosa vuol dire, al giorno d’oggi, fare volontariato?
Premetto che faccio volontariato presso Millesport per ragazzi down e autistici. Fare volontariato significa dare un aiuto a persone che, all’apparenza, hanno qualche limite, poiché ognuno ha dei limiti e bisogno di aiuto. Io stesso ne ho, ma questo non mi ferma, mi stimola a conoscere nuovi orizzonti.

Che spirito anima un volontario?
Un volontario deve essere predisposto ad aiutare gli altri, non sentendosi obbligato, ma agendo con il cuore.

È una cosa che può fare chiunque od occorrono particolari requisiti?
I requisiti per far bene volontariato può averli chiunque, se riesce a trovare amore in quello che fa.

Hai mai pensato fosse un compito troppo duro o faticoso?
All’inizio avevo paura di sbagliare, nell’approccio con i ragazzi, ma ho capito che il cuore è la macchina che ti porta in ogni strada. Ho superato la paura senza correre, ma agendo con calma.

È un’esperienza che consiglieresti a chiunque?
È un’esperienza che consiglio a chiunque. Infatti ho proposto a tanti amici di venire a conoscere questo mondo fantastico, e non mi sono mai pentito, perché vedere gli altri sorridere, illumina di gioia la giornata.
E se potete, aggiungo io, imparate e fate altrettanto.

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