Il circo degli animali

Il circo degli animali

Non ho mai amato il circo. Fin da bambino, non sono mai stato attratto da tutto ciò che avveniva sotto il suo enorme freddo tendone. Perfino gli stessi clown, mi han sempre messo una certa inquietudine, piuttosto che farmi sorridere. E non perché avessi già letto il romanzo di un loro collega assassino, ma perché li ho sempre trovati strani, ingannevoli, forzati. Ora invece, li trovo più che altro tristi, mesti. No, non mi sono mai piaciuti i circhi. E più sono andato avanti con l’età, meno li ho apprezzati, e adesso, proprio mi risultano indifferenti, financo fastidiosi. Per carità, posso apprezzare lo sforzo fisico e l’allenamento che occorre ai vari trapezisti e giocolieri, per compiere tutte le loro acrobazie e le eventuali prove di forza a cui si sottopongono, ma tutti si ferma lì, al constatare tutto l’allenamento, anche molto faticoso e impegnativo, che si ribadisca ancora una volta, che gli è occorso per sviluppare quel determinato esercizio.

Ma quando vedo, delle povere bestie, dei poveri animali, che con fare mesto, lento, pesante, triste, umiliato, sono obbligati a compiere degli esercizi contro natura, davvero, come direbbe un mio caro amico, mi sale il sangue al cervello. È impossibile per me, per come sono stato educato e come sono cresciuto e come mi sono sviluppato, pensare che ci siano ancora persone, esseri umani, magari con della prole, che possano trovare divertente andare a vedere degli animali, degli esseri viventi che sono figli a loro volta di altri genitori, obbligati a umiliarsi, a degradarsi come esseri viventi, per compiere gesti e svolgere azioni che non farebbero mai, per il solo sollazzo e ludibrio altrui.

Che schifo.

Davvero la trovo una cosa degradante per l’intelletto umano. E mortificante e imbarazzante per tutto ciò che di buono l’essere umano ha. Ma forse sono io troppo sensibile o forse m’inganno nel pensare che questa umanità, che deruba, uccide e violenta, ignorante e guerrafondaia, possa avere rispetto e pietà per dei poveri animali. Cresciuti in ambienti a loro alieni, strappati al loro habitat naturale, umiliati e piegati e schiavizzati in catene e rinchiusi in gabbie.

Che amarezza! Che vergogna!

Davvero, come dico sempre più spesso, questa umanità non si merita altro che un nuovo diluvio universale, con la speranza che questa volta si salvino soltanto quelli che noi, con stupida e inutile superbia, chiamiamo animali. Perché sempre più spesso non posso fare a meno di constatare, nel remoto caso in cui ce ne fosse ancora e davvero bisogno, che come dice sempre mia madre, la nostra cagnolina Noce, è molto più intelligente e umana di tante persone.

 

Cosa vuol dire essere scrittore? #2 – con Rita Piras

Cosa vuol dire essere scrittore? #2 – con Rita Piras

Spesso si ha l’illusione, generata dalla visione contorta che un certo tipo di società cerca d’inculcare, che sia sufficiente essere pubblicati presso una casa editrice, per considerare il più del proprio lavoro di scrittore, svolto. Per fortuna, così non è più da qualche tempo ormai, e di questi tempi, il – passatemi l’iperbole – vero lavoro dello scrittore, avviene dopo la pubblicazione, ovvero riuscire a vendere ciò che ha scritto con tanta fatica e dedizione. Mi onoro oggi d’intervistare una neo scrittrice, che sono sicuro non avrà alcun problema nelle attività sopra indicate, per la sua competenza e serietà, e per la validità del suo lavoro, ma passiamo ora la parola alla bravissima Rita Piras.

Cosa vuol dire essere scrittore al giorno d’oggi?

Sono convinta che essere scrittori non è qualcosa che può fare riferimento a un periodo storico o che abbia delle scadenze temporali. Si può e si deve, soprattutto, essere scrittori sempre. Oggi, nella nostra attuale realtà, è però più complicato. La possibilità di utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione ci distoglie spesso dalla sana lettura di un buon libro. Essere scrittori al giorno d’oggi significa riuscire a riportare il lettore a quella dimensione autentica che è la lettura di un libro. Riuscire a rapire il lettore, allontanarlo per un attimo da tutte le distrazioni che ci portano via i piaceri dimenticati, i momenti di quiete, il riuscire a concedersi del tempo tutto per noi. Essere scrittori oggi significa riuscire a donare del tempo per sé ai propri lettori, strappandoli alla frenesia delle giornate tutte uguali, e condurli lungo un viaggio che possa donare loro il distacco da ogni pensiero. Essere scrittori oggi significa portare libertà. Se riesci a far sì che un tuo lettore si conceda del temo per leggere, gli hai fatto un regalo e lo hai fatto anche a te stesso.

Chi è lo scrittore? Chiunque arrivi alla pubblicazione di un testo o, come ritengono alcuni, scrittore è chiunque scriva qualcosa?

Nell’animo possiamo essere tutti scrittori, alcuni tengono dei diari personali, altri raccolgono appunti, altri ancora scrivono poesie che nessuno leggerà mai. Per me lo scrittore è colui che con assoluta caparbietà ha voglia e necessità di far giungere il proprio messaggio attraverso la pubblicazione dei propri scritti. Definirei scrittore chi vuole condividere le proprie opere, chi desidera che altri le leggano, chi sente nel cuore una fiamma sempre accesa, ma che possa accendere tante altre piccole fiammelle. Lo scrittore ha voglia di comunicare qualcosa, desidera che questo qualcosa giunga il più lontano possibile. Se crede nel messaggio che vuole donare, non può che aspirare alla pubblicazione e alla divulgazione del proprio operato.

Cosa ne pensi delle cosiddette case editrici a pagamento?

Case editrici a pagamento, uno strumento di scarsa professionalità. Se tutti pagassimo per avere la pubblicazione di un testo, avremmo in giro per le librerie dei testi non valutati per ciò che rappresentano, ma troveremo soltanto testi di chi ha reso possibile la pubblicazione attraverso il denaro. Il denaro non può comprare tutto, il talento non ha un prezzo di mercato. Il denaro in casi come questo deve chinare la testa e arrendersi. Una casa editrice seria valuta un testo, sceglie con cura se sia il caso di editarlo e ne giustifica la pubblicazione attribuendogli un valore autentico.

Ritieni che la stampa pubblicizzi in maniera imparziale chiunque o, come dicono alcuni, nei giornali finiscono solo gli amici degli amici?

È pur vero che oggi accadono dei fatti che dimostrano questa triste realtà. A volte si fa carriere non per merito, ma per gli appoggi ricevuti. Voglio però ancora credere che nella natura umana sia rimasta la possibilità di essere autentici. Pertanto sono convinta che la stampa debba, nonostante sia ormai consuetudine un certo tipo di atteggiamento, ricredersi e dare spazio a chi deve essere pubblicizzato per merito. In questi casi succede che chi manovra gli strumenti pubblicitari debba adeguarsi a pubblicizzare un talento. Penso che chi è capace e riesce a dimostrarlo con tenacia, prima o poi emerge.

Ti sei mai sentita discriminata per il fatto di essere una scrittrice, rispetto a uno scrittore?

No. Non mi è mai capitato di provare questa sensazione, né tanto meno che qualcuno me la facesse provare! Credo che essere scrittori non abbia niente a che fare con l’essere femmina o maschio, essere scrittore prescinde da qualunque genere di catalogazione. Direi piuttosto che, essere donna, mi fa sentire con una marcia in più!

In una sua intervista, Pier Paolo Pasolini ha detto: “scrivere non ha senso, io continuo a essere scrittore per forza d’inerzia”, cosa ne pensi?

Credo che la citazione di Pasolini sia vera. Non si può scegliere di smettere di scrivere se quella è la tua passione. Ti appartiene, è parte di te, non si può fare ameno di farlo. Si scrive per naturale disposizione d’animo e non perché si scelga di farlo. Piuttosto ho qualche dubbio sul fatto che scrivere non abbia un senso. Per me scrivere ha un senso profondissimo, è l’unico vero modo in cui la mia anima trova voce.

 

Cavallino Rampante

Cavallino Rampante

Tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, si è assistito a un fenomeno unico, per ora, nella storia dell’automobilismo, ovvero che un pilota è diventato per ben sette volte, di cui cinque consecutive, campione del mondo. Inutile ricordare come quel pilota sia stato Michael Schumacher e che abbia ottenuto quel primato con la scuderia Ferrari, grazie anche ai suoi due precedenti trionfi con la scuderia Benetton. Ricordo ancora bene come tutte quelle vittorie in serie, che riuscì a inanellare, alla fine di quel ciclo vincente, erano diventate quasi familiari, scontate oserei dire. In quegli anni, ci si era cioè abituati al fatto, che la Ferrari e Schumacher, avrebbero comunque vinto, quasi per sempre, come se fossero stati un perfetto ingranaggio scevro da quella parola ch’è sconfitta. E per un certo verso, se la sua vettura era davvero piena d’ingranaggi, lui, il pilota, era comunque un essere umano, con pregi e difetti, forze e fragilità, di tutti gli esseri umani. Ci si era quasi abituati, in maniera tanto scontata e banale quanto orribile, al fatto che Schumacher dovesse vincere, a prescindere, e che se lui gareggiasse, la vittoria era di rito, di rigore, scontata, assicurata, acclarata, indiscutibile. Niente di più sbagliato. E sopratutto ora, in uno dei momenti che non certo passeranno alla storia come tra i più vincenti per la Ferrari, ci si rende conto di come lo scontato non lo fosse affatto. Solo ora, purtroppo, si comprende di come il familiare, il solito, il continuo, tutto fosse tranne che quello. E allora, proprio io stesso che mi uniformai a quel festante ma bovino gregge, mi sento in dovere di scusarmi, una volta di più, con qualcuno che ci ha dato così tanto, e che tanto ha ricevuto ben inteso, ma che adesso, davvero ci manca così tanto. Se puoi, Michael, nella tua infinita e inarrivabile grandezza, perdonami.

Uno su mille ce la fa

Uno su mille ce la fa

Chi Vi scrive, è purtroppo assai convinto dai fatti che ha veduto e vissuto, che nella nostra Sardegna sia molto difficile riuscire a vivere della propria arte. Troppi inutili bastoni fra le ruote, troppa sudditanza nei confronti di chi sardo non è, troppo pressapochismo, troppa indifferenza e faciloneria. E forse è anche per questo, che l’editoriale di questa settimana riguarda una persona, un piccolo grande artista, Nicola Cioglia, che con grande coraggio e la sfrontatezza tipica della gioventù, prova a incamminarsi in questo difficilissimo mondo, in cui, come soleva cantare Gian Luigi Morandi, “uno su mille ce la fa”…

Cos’è l’arte?

Credo che l’arte sia quel manufatto che ti permettere di vivere in eterno. È un segno, una traccia che l’uomo lascia per essere ricordato come un individuo su migliaia di individui. L’arte è la via che ti può portare a essere qualcuno, è la via che porta le persone a ricordare la tua vita su miliardi di vite che si susseguono con il passare delle epoche.

Cosa vuol dire essere un artista?

Essere un artista significa cercare dentro sé stessi un’idea e darle corpo. Il problema è che le idee son difficili da vendere se non hanno uno scopo pratico in una società che usa e butta qualsiasi cosa. Andy Wharol diceva che l’arte è quell’oggetto inutile che una persona si sente in dovere di comprare; credo di essere parecchio d’accordo con lui.

Pensi che in Sardegna ci sia un futuro per chi vuole vivere d’arte?

No. Il sardo spesso ha il mare pure intorno al cervello, non si è aperti a nulla di nuovo e organizzare qualsiasi cosa è impossibile per la lentezza burocratica che viviamo. In generale poi l’arte deve girare ed essere vista dal mondo, non può fare radici su una terra.

È stato difficile trovare un luogo in cui esporre i tuoi lavori?

Non è stato difficilissimo perché per fortuna c’è chi ancora punta sui giovani, e ci tiene a sperimentare e dare una possibilità. Il punto è che queste persone son sempre meno e le gallerie più gettonate non si fidano più dell’artista, nessuno rischia più di perdere un centesimo. Se io avessi soldi potrei pure far esporre il mio gatto, non conta che valore ha la tua arte, ma quanti soldi sei disposto a investire per portarla nei migliori posti.

Dove e come trovi l’ispirazione per i tuoi lavori?

Dalla vita di tutti i giorni, sempre meno dalle mostre che vengono proposte a Cagliari, sempre più dai libri, dal cinema e dal teatro. Al come, non saprei rispondere, è qualcosa di istintivo, lo faccio perché senza sto male.

A quale pittore o movimento pittorico ti senti più vicino?

I miei idoli sono Salvador Dalì e Jean Michael Basquait, seppur diversissimi. Ho preso ispirazione poi dalla Die Brucke, dal gruppo CoBra, dai Post impressionisti e amo parecchio Zdzisław Beksiński. Non mi sento vicino a nessuno perché vivo in un’altra epoca e voglio essere protagonista della mia storia.

Cosa vuol dire essere scrittore? #1 – con Claudia Musio

Cosa vuol dire essere scrittore? #1 – con Claudia Musio

Esistono scrittori, o presunti tali, che scrivono per la fama del successo. Altri che lo fanno per la vana gloria insista nella questione. Altri perché, rifiutati da Case Editrici serie, si sono rifugiati in quelle cosiddette a pagamento. Altri ancora, per fortuna di chi Vi scrive e di chi li può leggere, lo fanno perché hanno dentro una rara passione e una straordinaria dote narrativa, che li elevano dalla massa circostante, cose non comuni né scontate. Una di queste Maestre della parola è senza ombra di dubbio Claudia Musio, che mi sono onorato di intervistare.

Cosa vuol dire essere scrittore al giorno d’oggi?
Vuol dire credere nei propri sogni e in ciò che si scrive. Viviamo in una realtà in cui i libri hanno sempre più difficoltà a ritagliarsi uno spazio in un mondo che è sempre più tecnologico e, allo stesso tempo, sempre più povero di cultura. Non si guadagna a fare lo scrittore, a meno che non si raggiungano i numeri di colossi della narrativa. Lo si fa soprattutto per passione ed è quella passione a farti superare la paura di scomparire tra centinaia di autori.

Chi è lo scrittore? Chiunque arrivi alla pubblicazione di un testo o, come ritengono alcuni, scrittore è chiunque scriva qualcosa?
La scrittura è un sentimento che ognuno ha dentro, è una passione, un istinto. Ma, senza lavoro duro, anche le capacità migliori possono perdersi e non portare a nulla. Uno scrittore, per me, è quella persona che ha saputo imparare dai propri errori, dalle critiche, che ha coltivato la propria scrittura con pazienza e dedizione. Non si nasce scrittori, secondo me. Si nasce con la passione per scrivere e con l’istinto di creare buone storie, ma si diventa scrittori quando si decide di lavorare affinché questa passione diventi qualcosa di più concreto.

Cosa ne pensi delle cosiddette case editrici a pagamento?
Credo che sfruttino il desiderio di chiunque di poter pubblicare, facendo leva proprio sul fatto che la scrittura è aperta a tutti. Tuttavia la scrittura, se non viene coltivata, rischia di esporti a una visibilità negativa. Credo nell’impegno e nella dedizione per arrivare a buoni risultati e penso che, a volte, le case editrici a pagamento, pur di ottenere dei compensi, pubblichino anche chi quell’impegno non lo ha messo, o comunque chi non ha una sufficiente maturità per pubblicare ed esporsi al pubblico.

Ritieni che la stampa pubblicizzi in maniera imparziale chiunque o, come dicono alcuni, nei giornali finiscono solo gli amici degli amici?
Il passaparola è fondamentale nella scrittura. E può capitare che i consigli di un amico portino alla pubblicazione di una recensione di un romanzo su un giornale, ma non lo demonizzo. Tra l’altro, proprio il passaparola è in grado di superare queste problematiche. Quando un romanzo appassiona, e i lettori apprezzano, è in grado di scalare le classifiche anche senza recensioni sui giornali.

Ti sei mai sentita discriminata per il fatto di essere una scrittrice, rispetto a uno scrittore?
No, mai. Nella mia esperienza di scrittrice, al contrario di quella come ingegnere, non ho mai subito situazioni di discriminazione.

In una sua intervista, Pier Paolo Pasolini ha detto: “scrivere non ha senso, io continuo a essere scrittore per forza d’inerzia”, cosa ne pensi?
So che ci vuole molto impegno a scrivere con continuità, poiché viviamo in un mondo frenetico in cui il lavoro impegna gran parte del tempo. Scrivere per me è vivere sentimenti forti e quindi non mi trovo rappresentata nella frase che hai citato. Forse se diventasse un lavoro a tutti gli effetti potrebbe perdere di romanticismo, diventare alla stregua di qualunque altro lavoro e portare quindi con sé un sentimento di frustrazione, ma per ora per me la scrittura rimane solo e soltanto una grande passione.

Animali da tastiera

Animali da tastiera

Con grande intelligenza, un mio caro amico, definì il social network Facebook, come “un moltiplicatore della felicità”, propria o altrui che fosse. E su questo punto di vista, non posso che essere d’accordo con lui, in quanto si può vedere a ogni piè sospinto, più di un topic in cui vengono autocelebrate le proprie imprese favorevoli e vincenti. (altro…)

Pin It on Pinterest