Un recente accadimento, avvenuto in quel di Firenze, mi ha spinto a pormi delle domande sull’opera lirica, argomento, come tanti altri, nei quali la mia profonda ignoranza impera indisturbata e quindi, per poter meglio capire ciò che stava succedendo, mi sono avvalso della più che preziosa collaborazione e consulenza del dottor Fabio Marcello, già critico musicale de L’Unione Sarda e attuale corrispondente per la Sardegna della rivista internazionale L’Opera.

Nella commedia romantica Pretty Woman, uno dei protagonisti, Richard Tiffany Gere, afferma che “l’opera si ama o si odia, non c’è via di mezzo”, sei d’accordo con quest’affermazione?

Non del tutto. È vero che, di norma, chi ama l’opera lo fa in maniera viscerale, i cosiddetti melomani, e sono tantissimi in tutto il mondo, da sempre, espertissimi della materia in ogni minimo dettaglio, conoscono a menadito cantanti e direttori d’orchestra, frequentano i teatri, addirittura si dividono tra chi è il miglior tenore – Pavarotti o Corelli? Domingo o Kraus? – che nemmeno ai tempi del dualismo Coppi-Bartali. Se questo è vero, è altrettanto vero che c’è chi proprio non riesce a digerire i tempi lunghi o il linguaggio complesso dell’opera lirica, e non è bestemmia dirlo. Nel mezzo, c’è quell’ampia fascia di fruitori che, magari, hanno subito il trauma di una presenza in teatro troppo anticipata, classico il caso del ragazzino che viene trascinato a forza a sorbirsi Wagner o Puccini e si annoia a morte, oppure risultano prevenuti perché considerano il teatro d’opera un luogo d’élite, una “roba per ricchi” e così via. Ecco, capita che molti di costoro, accompagnati dalla persona giusta, nell’occasione giusta – proprio come fa Richard Gere con Julia Roberts nel film – finiscano per ricredersi perché conquistati dalla malìa della lirica, e piano piano, anche se non con la costanza dei melomani di cui sopra, inizino a frequentare le recite con crescente piacere.

Puoi raccontarci qual è stata la prima opera che hai visto, e che sentimenti ti ha suscitato?

Ernani, di Giuseppe Verdi. Cast stellare con Pavarotti, Milnes, Raimondi. Correva l’anno 1983. Una folgorazione, una rivelazione. Difficile spiegare a parole l’effetto di un incantesimo, ma tale è stato e dura tuttora.

All’Opera di Firenze, il regista Leo Muscato si inchina al politically correct, e cambia il finale dell’Opéra-comique di Georges Bizet. La protagonista si salva perché la pistola che l’avrebbe dovuta uccidere, si inceppa. Ma il pubblico non gradisce la svolta, e fischia in maniera sonora. Cosa ne pensi?

Che il pubblico ha ragione. I melomani, quelli di cui ho parlato sopra, sono persone serie e competenti, non tollerano le prese in giro, ancor meno queste trovate di chiaro carattere pubblicitario. Mi auguro che si tratti di uno svarione isolato destinato a restare tale. Non è così che si avvicina la gente al teatro d’opera, e anzi si innervosisce chi di norma lo frequenta con passione pagando fior di quattrini per il biglietto o l’abbonamento.

Il direttore d’orchestra, violinista e compositore olandese, André Léon Marie Nicolas Rieu, sostiene che un nuovo Johann Baptist Strauss, non sia ancora nato. Ritieni anche tu che l’epoca d’oro della lirica si possa trovare solo guardando al passato o vedi qualcosa anche nel presente e nel futuro?

Premesso che non è nato ancora nemmeno un nuovo Mozart o un nuovo Verdi, né capiterà, la forza della Lirica è di attingere alla tradizione per rinnovarsi ogni volta. Non c’è recita uguale a un’altra, l’universo di valori, di messaggi, di bellezza che la Lirica porta con sé, sfida il tempo e lo spazio, non si tratta di roba d’antiquariato. Detto ciò, al teatro Lirico di Cagliari abbiamo avuto da poco un esempio di opera di un compositore contemporaneo, accolta con lo stesso entusiasmo di solito riservato ai lavori di un Bellini o di un Donizetti, e parlo della Ciociara di Marco Tutino. Idea musicale chiarissima, orchestrazione di gusto pucciniano, libretto limpido, cantanti appropriati, regia efficace, un trionfo autentico.

Per un giovane che volesse accostarsi all’opera, quale gli consiglieresti, e perché, come prima?

Direi La Traviata di Verdi, avvincente nella trama – le cui tinte passano dal lirico al tragico al drammatico in un crescendo coinvolgente – e celeberrima per le arie, duetti e concertati. O Il Barbiere di Siviglia di Rossini, genialità e divertimento allo stato puro, a ritmi vorticosi. Per chi vuole vivere all’esordio una esperienza quasi magica, c’è anche il Don Giovanni di Mozart. O, perché no, l’Ernani di Verdi… proprio come capitò a me tanti anni fa.

Inutile dirVi che, chi Vi scrive, è stato uno di quei ragazzi, raccontato alla perfezione dal dottor Marcello, “classico il caso del ragazzino che viene trascinato a forza a sorbirsi Wagner o Puccini e si annoia a morte”…

Fonte immagine di copertina: Google Immagini, www.pieralli.it

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